Continuo a cadere

“Ora i cristiani vivono in un mondo in cui il maligno è stato sonoramente sconfitto. Questo significa che sebbene i credenti lottino ancora col peccato, essi non ne sono più schiavi. Una volta eravamo incapaci di smettere di peccare perché eravamo prigionieri di Satana, ma adesso non riusciamo a lasciarci andare al peccato in maniera incontrollata.”

Mike McKinley

Questo mi consola.

Spesso ci sentiamo frustrati dal fatto di essere recidivi verso certi comportamenti sbagliati, e diciamo a noi stessi “No!! di nuovo!?”
Leggendo questo ho cambiato prospettiva: invece di essere delusa da me, sono fiera di ciò che Dio ha messo in me, il suo Spirito Santo.

Davide deluso diceva “nessun bene abita in me”…in questo caso non sono d’accordo, anche se la frase è tecnicamente corretta.
C’è qualcosa che abita in chi crede, che è migliore di lui e che lo incita ad accorgersi degli sbagli e gli da la forza di rimediare, di migliorare.

…Chiunque è nato da Dio non persiste nel commettere peccato, perché il seme divino rimane in lui, e non può persistere nel peccare perché è nato da Dio.(…) 1 Giovanni 3:9

Unendomi a quanto dice McKinley, una volta ero incapace di reagire, adesso non riesco a far finta di nulla, non riesco ad accettare il mio peccato…qualcuno dirà “questo non mi basta, io vorrei fare bene”, io rispondo “hai una forza propulsiva dentro di te che si chiama Spirito Santo, sfruttala e comincia a fare bene, se cadi rialzati, e ancora, e ancora!”

Catia

8168720-padre-mettere-sulla-banda-di-aiuto-sul-ginocchio-figlie

La persecuzione. Studio induttivo rapido su 1 Pietro

“Or il Dio di ogni grazia, che vi ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, dopo che avrete sofferto per breve tempo, vi perfezionerà egli stesso, vi renderà fermi, vi fortificherà stabilmente.”
Prima lettera di Pietro‬ ‭5‬:‭10‬

La chiave di lettura della prima lettera di Pietro é la fugacità delle cose terrene (sia le passioni 1:15, che i beni terreni 1:7, che le sofferenze 1:6 e 5:10) contrapposte alla consolazione delle cose spirituali, che invece sono eterne.

Ecco le frasi presenti nella lettera che ci danno la sensazione della fine delle cose:

vivere come forestieri; stranieri; pellegrini; breve tempo; oro che perisce; tempo del vostro soggiorno terreno; non con argento e con oro, ultimi tempi; non da seme corruttibile; l’erba secca il fiore cade; ornamento esteriore; la fine di tutte le cose é vicina.

Ecco invece la contrapposizione alle cose eterne:

gioia inneffabile e gloriosa; salvezza delle vostre anime; prezioso sangue di Cristo; rigenerati; la parola di Dio rimane in eterno; puro latte spirituale; Pietra vivente…scelta e preziosa; ora siete un popolo; avete ottenuto misericordia; morti al peccato vivessimo per la giustizia; purezza incorruttibile di uno spirito dolce e pacifico; chiamati ad ereditare la benedizione; (Gesù) reso vivente quanto allo spirito; salva anche voi mediante la resurrezione; vivere nello spirito secondo Dio; copertura dei peccati; corona della gloria che non appassisce.

La lettera é scritta a chi si trova nella sofferenza (4:12) della persecuzione, come esortazione a resistere alla prova facendo il bene (3:11) verso le autorità, verso il prossimo, verso i padroni, verso i fratelli, verso le mogli, verso i mariti. Siamo chiamati a resistere come Cristo ha resistito (4:1-3).

Perché la lettera fu scritta? L’occasione storica per cui Pietro scrisse, secondo diversi studiosi, fu l’incendio di Roma provocato da Nerone, e attributo ai cristiani. In quel periodo Nerone diede il via ad una persecuzione contro la chiesa, più barbara di quanto non lo fosse stata fino ad allora, fino alle estremità dell’impero romano. I cristiani venivano torturati in modi impensabili, e le dicerie di queste orrende torture arrivarono alle orecchie dei cristiani delle province romane dell’attuale Turchia (1:1). L’apostolo scrive questa lettera circolare per avvisarli, prepararli e consolarli (4:12).

I passi di difficile comprensione sono spiegati dal contesto, senza ricorrere a speculazioni forzate. Vedi 3:20-21 Il battesimo in Cristo (l’immersione in Lui) é l’arca della nostra salvezza, nel paragone con Noè, attraverso il diluvio del peccato che ci circonda.

Visto che la fine di tutto é vicina (4:7) non c’è tempo per tornare alla vecchia vita (1:14 / 4:2-3), fuggiamo quindi le tentazioni perseguendo il bene!

Soprattutto dobbiamo amare la fratellanza, l’amore ci aiuta a perdonare gli errori gli uni degli altri (l’amore copre una gran quantità di peccati), e ci aiuta a mettere a disposizione della chiesa i nostri doni per l’edificazione comune.
Qui sembra che il perdono sia la base della nostra vita comunitaria, non c’è parola e non c’è servizio senza il perdono di cui parla 3:8.

Soffrire da cristiani nel mondo non é una cosa di cui stupirsi, ciò serve anche da setaccio per separare quelli che hanno una fede falsa (4:17).

Infine la nostra vita di chiesa é affidata alla sorveglianza degli anziani che sono chiamati a svolgere questo servizio (servizio, non comando) volenterosamente, mostrandosi come degli esempi da seguire.

L’ultimo invito ad essere umili, gli uni verso gli altri e verso Dio, termina con una promessa “perché egli ha cura di voi”. ci umiliamo, con amore a chi ci da amore, non verso un Dio despota (5:6).

C’è una verità spirituale rivelata in 5:8 e cioè: le tentazioni a non vivere secondo questi parametri e le persecuzioni del mondo, seppur momentanee, sono orchestrate dal nemico.
Essere svegli e attenti, saper riconoscere e contrastare i suoi attacchi con i consigli fino ad ora esposti da Pietro, é l’unico modo per rimanere fermi nella fede (5:8-9).

La conclusione in 5:10 è proprio il versetto emblema di questa lettera. “Perfezionerà” dal greco significa “renderá completi” il termine spesso viene usato nel nuovo testamento per indicare la nostra vita glorificata e resa perfetta in vista del paradiso, un processo progressivo che in altre parole si potrebbe chiamare santificazione. Nella persecuzione, se reagiamo nel modo giusto, la nostra fede ha occasione di rinforzarsi progressivamente, e la nostra vita si santifica sempre di più mentre si separa, perché ama sempre di più Dio e sempre meno il mondo.

Come riassunto possiamo dire che Pietro nel suo discorso, ci indica la strada per vivere, in un percorso pieno di ostacoli lungo il cammino, e ci mostra come riportare la vittoria finale.
Le sofferenze sono una tappa obbligata, ma esse sono un’opportunità per Dio di perfezionare la nostra fede.IMG_7615.JPG

Vivo in un appartamento?

Leggi il salmo 144

Il protagonista di questo salmo aveva a che fare con diversi nemici, che lo volevano vedere sconfitto, morto, dimenticato; si sentiva responsabile non solo per la sua vita, ma per quelli che dipendevano da lui (v.12), ma la beatitudine dell’ultimo versetto é il richiamo al suo cuore verso la sicurezza dell’intervento divino: “…beato il popolo il cui Dio è il Signore.”
(Salmi 144:15)

Questo salmo mi ha ricordato quando anni fa digiunavo per una persona cara.
“Benedetto sia il Signore, la mia ròcca, che addestra le mie mani al combattimento e le mie dita alla battaglia”
(Salmi 144:1)
Dio ci addestra al combattimento spirituale (non é contro carne e sangue Efesini 6:12) e persino le parole che pronunciamo in preghiera sono suggerimenti se siamo sensibili allo Spirito Santo, infatti Romani 6:26 dice: “… lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si conviene; ma lo Spirito intercede egli stesso per noi con sospiri ineffabili” (Lettera ai Romani 8:26)

Non dobbiamo per forza lottare con i nostri mezzi e le nostre forze. La metto in un altro modo: possiamo lottare con le forze del Signore!
Se facciamo questo non ci sentiremo stanchi e sapremo vedere la vittoria che Dio ha preparato a suo tempo.

Non ti arrendere. Non abiti in un appartamento, una casa costruita da un muratore umano, abiti all’ombra dell’onnipotente, vivi nella sua fortezza inespugnabile!

20140306-222305.jpg

Grande tua Fedeltà

Dio è per noi un rifugio e una forza, un aiuto sempre pronto nelle difficoltà. (Salmi 46:1)

Non ho mai pensato sarebbe stato facile, o sarebbe andato tutto liscio e devo dire che l’avventura matrimoniale fin’ora, in soli due anni di matrimonio, è stata avvincente. Difficili oltre le aspettative le circostanze , ma facili da superare insieme nell’amore.
Forse le prove sono cominciate addirittura prima della nostra unione ufficiale, ma ognuna di esse è legata ad un momento felice, perché le abbiamo affrontate insieme, mano nella mano.

Tra tutte queste onde una sola cosa rimane a fuoco nei miei occhi: la fedeltà del Signore!

La fedeltà del Signore,
Come la descriverò senza ammettere la mia infedeltà?
Come la dipingerò trionfante senza l’immagine delle mie sconfitte?
Come la proclamerò forte senza dichiarare la mia debolezza?

Due anni dolce-amari, così intensi, ruggenti e soavi, da intagliare i nostri caratteri, avvicinandoci sempre di più l’uno all’altra e insieme a Cristo, capo e compitore della nostra fede

Oltre al dono di mio marito Vladimir la fedeltà di Dio ha il volto di un neonato, un piccolo scricciolo che mamma e papà tengono fra le braccia, un esserino perfetto che non ci sembra vero, che é così bello per essere vero.

Ecco il motivo per cui scrivo oggi: ringraziare il Signore per il nostro anniversario di matrimonio sarebbe banale, ringraziarlo per il dono di un figlio forse meglio, ma pur sempre scontato, voglio invece ringraziarLo per la sua fedeltà.

“Grande tua fedeltà Padre d’amore,
Essa rinnova ogni giorno i suoi ben
Tutto mi da la tua mano amorosa
Grande tua fedeltà Padre per me”

Le parole di questo vecchio inno mi risuonano nel cuore. Vorrei solo che Dio mi concedesse ogni giorno la grazia necessaria per esserGli fedele a mia volta,
nel culto,
nella testimonianza,
nel servizio,
fino alla fine.

Oggi ho letto una frase che vorrei modellare per l’occasione:

“Non pregare per ricevere un cuore fedele, pratica invece la fedeltà e il tuo cuore seguirà le tue azioni”

Amen

20130910-221606.jpg

Una marcia in più

20130814-202049.jpg

Perché il giusto cade sette volte e si rialza, ma gli empi sono travolti dalla sventura. Proverbi 24:16

Il Signore è la mia luce e la mia salvezza; di chi temerò? Il Signore è il baluardo della mia vita; di chi avrò paura? Salmi 27:1

Voglio ringraziare il Signore testimoniando che il nome scelto per nostro figlio ha avuto di nuovo un senso profetico durante il parto.
Jacopo http://it.m.wikipedia.org/wiki/Jacopo (Vedi “origine e diffusione”) è nato l’11 agosto 2013, alle 17.54 sotto la protezione sovrana del Dio vivente, Colui nel quale, con orgoglio posso affermare di riporre la mia fiducia!

Il travaglio come la gravidanza, hanno seguito un corso regolare, anche se in diversi episodi avevo già sperimentato la speciale “protezione” del Signore per il suo Jacopo.
Le cose hanno cominciato ad andare per il verso sbagliato durante il parto mentre vedevo tutto andare storto e “cadere i miei programmi” per un parto naturale. Così si è dovuti ricorrere al cesareo. Chi operava ha fatto un errore grave, quindi hanno dovuto riaprire. Ero cosciente e mentre assistevo alla loro ansia di cercare di riparare all’errore commesso mi sono sentita in pericolo e sola, ma il Signore mi ha ricordato che io e mio marito ci eravamo giá preparati in preghiera a questa prova. Una sorella era stata avvertita di dirci di fare digiuno e preghiera perché avremmo affrontato qualcosa di negativo…mentre pregavo durante l’intervento il Signore mi ha portato alla mente una frase di quella profezia: “la tua richiesta è stata accolta”, questo mi ha tranquillizzato molto in quel momento buio.
Avendo sopportato sulla mia persona gli errori umani di “bravissimi medici”, dopo qualche giorno ho sperimentato un senso di fallimento e di smarrimento, capisco immotivato dal punto di vista fisico, ma motivato dal punto di vista spirituale.
Confidavo nel Signore per la maggior parte del tempo durante il travaglio, cantavo durante i dolori e pregavo e ringraziavo il Signore durante le pause…finché entrata in sala parto alla prima complicanza ho perso la fiducia e mi sono sentita “travolta dalla sventura…”
Questo senso di fallimento era dovuto al fatto che pensavo di non essere stata capace di gestire la situazione né fisicamente nè spiritualmente.

Rielaborando adesso le mie reazioni e gli errori dei dottori, ho ringraziato il Signore per la sua protezione e mi sono rialzata sulla Roccia stabile del “controllo divino in ogni circostanza, positiva o negativa”.

Io e mio marito ringraziamo il Signore per questo regalo dal cielo, in qualunque modo sia venuto alla luce, e attraverso qualunque difficoltà. Dal senso di fallimento emotivo ho realizzato invece di aver sperimentato una forza sovrannaturale, una vittoria, non proveniente da me.
Quella marcia in più che proviene dall’Alto e che ti aiuta a rialzarti sulla polvere dei tuoi dubbi, dichiarando con Paolo che “quando sono debole, allora sono forte” II Corinzi 12:10.

LA MARCIA IN PIÙ È la vittoria di guardare i lati positivi di una situazione negativa e affermare insieme a mio figlio “il Signore ha protetto!”

Nella buona e nella cattiva sorte

Qualche libro dell’Antico Testamento “Riflette ciò che sperimentiamo – alcune volte le sofferenze di Giobbe e altre la serenità del Salmo 23 – mentre viviamo in un mondo che talvolta si rivela secondo i principi dei Proverbi e altre volte cede alle stridenti contraddizioni dell’Ecclesiaste”(Qoelet). La Bibbia che Gesù leggeva di Philip Yancey (129)

Stamattina mi percorreva la mente un pensiero, mentre leggevo il libro di Yancey: la vita con Dio è paragonabile alla vita matrimoniale. Questa banale riscoperta ha un senso speciale per me oggi, mentre rifletto sulla risposta di Giobbe alla moglie che lo invita ad abbandonare Dio e morire: (…)Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio, e rifiuteremmo di accettare il male? (Giobbe 2:10 CEI). Mentre, nella sua integrità, perdeva tutti i suoi averi e i suoi figli, Giobbe cercava disperatamente di aggrapparsi alla fede, e durante le sue sofferenze, prove e tentazioni interpellava continuamente un Dio momentaneamente silenzioso con la viva speranza di trovarlo un giorno dalla sua parte.

Se si pensa alla grandezza del re Davide ci si dimentica in che modo travagliato lui abbia dovuto lottare per anni, tra la vita e la morte, per sfuggire ai capricci del predecessore Saul, che lo voleva morto. I Salmi attribuiti a lui sono la testimonianza del fatto che “Per tutta la vita Davide credette sinceramente che il mondo spirituale, benché invisibile ai suoi occhi, fosse reale quanto il mondo <naturale> delle spade, delle alabarde, delle caverne e dei troni. I suoi Salmi costituiscono la documentazione di un consapevole sforzo diretto a riorientare la sua vita quotidiana secondo la realtà di quel mondo soprannaturale che era oltre le sue possibilità.” (116)

Ecco due salmi (24 e 25) che stridono per la loro vicinanza:

…L’uomo innocente di mani e puro di cuore, che non eleva l’animo a vanità e non giura con il proposito di ingannare. Egli riceverà benedizione dal SIGNORE, giustizia dal Dio della sua salvezza.Tale è la generazione di quelli che lo cercano, di quelli che cercano il tuo volto, o Dio di Giacobbe. (Salmi 24:4-5-6 NR)

Che idillio, correre in prati verdi, in quella pace eterea della presenza del Signore, nel benessere eterno. Ad un certo punto però la realtà ci sveglia bruscamente e ci fa scendere dal piedistallo: nonostante tu stia cercando il Signore e la Sua faccia, nel mondo <naturale> qualcosa va storto. Passano i giorni, i mesi, magari Dio non sembra rassicurarti, oppure sembra dirti cose senza alcun senso. Intanto accumuli apparenti sconfitte interiori, mentre le tue reazioni non sono come le vorresti. Legato alla visione umana del contrappasso ti chiedi dove e quando tu abbia sbagliato.

Le angosce del mio cuore sono aumentate; liberami dalle mie angustie.Vedi la mia afflizione e il mio affanno, perdona tutti i miei peccati. (Salmi 25: 17-18 NR)

Ecco la quotidianità, la valle dell’ombra. Nella buona e nella cattiva sorte della quotidianità questi personaggi biblici si legano al Signore, lo cercano e non lo rinnegano quando le cose vanno male. Dio ha una soglia di tolleranza elevata per le parole espresse in modo giusto in preghiera (Yancey 123), anche per le lamentele (c’è addirittura una categoria di Salmi chiamati lamenti) non ti vergognare dei tuoi sentimenti, esprimere le proprie ansie e preoccupazioni al Signore è anche terapeutico, verbalizzare aiuta ad abbandonare.

Un libro come l’Ecclesiaste accanto ai Proverbi sembra davvero un’assurdità: I proverbi invitano ad una vita assennata come ingrediente principale per la felicità, l’Ecclesiaste è un disilluso, un esistenzialista che si chiede che senso abbia comportarsi bene quando vediamo tanto male accadere a chi ha seminato bene. Invece non c’è nulla di contraddittorio nella convivenza di libri tanto diversi nella Bibbia, essi sono l’espressione di persone autentiche, senza maschere, che hanno saputo esprimere l’angoscia che spesso ci è ingiustamente riservata, e l’hanno trasferita a Dio in grida di aiuto.

La vita è fatta di eventi e non sempre le cause-effetto sono prevedibili. Trovi sia un discorso senza speranza? La speranza non è che il frutto della creatività, immaginarsi il bene futuro, nonostante il male attuale. Quando siamo in crisi ricordiamoci che è solo la fatica della crisalide che fa diventare il bruco farfalla. Qualcuno ha detto: “La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere ‘superato'”. Continuando a leggere questo famoso detto di Einstain vediamo quanta verità ci indichi. L’Antico Testamento ci indica la speranza per eccellenza, in un’ultima analisi nella persona di Cristo, speranza alle nazioni.

Cosa mi rimane nella crisi? Credere che il mio “Redentore vive(19:25) come Giobbe, cercare quel filo di speranza che a volte è quasi trasparente, quella cordicella che serve a calare l’ossigeno nell’abitacolo, prendere in prestito gli S.O.S di Davide per riorientare la mia vita verso il paesaggio spirituale che i miei occhi carnali non vedono.

Vivere con <equilibrio> la fede, con la coraggiosa pazzia necessaria per affermare che Dio è buono in ogni tempo. La proverbiale sapienza: con i piedi per terra e la testa in cielo!

Dio mi/ci dà valore

Matteo 6:25-34

versione CEI
25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.

Dio mi dà valore

Dio provvede. Questa è una realtà che non smettiamo mai di dover rimparare lungo il corso della vita con Lui. In qualche modo come discepola di Cristo mi trovo ad affrontare spesso lo stesso passaggio, dai banchi di scuola del mio Maestro ad una posizione più umiliante, in ginocchio a chiedere grazia per me e per altri.

Dio sta attirando la mia attenzione più del solito in questo periodo perché ho molto più tempo libero da dedicare allo studio della Sua Parola. E’ cosa ben diversa ascoltare di fretta e di sfuggita le parole del Signore durante la frenesia del lavoro secolare, dal poter invece meditare e concentrarsi prendendo il tempo necessario per imparare.

Concentrarsi sulle domande di Gesù in Matteo 6:25-34 mi porta in ginocchio gradualmente. Mentre scopro come Dio mi guarda si corregge la concezione che ho di Lui:

  • Non è la tua vita più del nutrimento e il tuo corpo più del vestito?” (v.25)

  • Non vali tu molto più di loro?” (v.26 riguardo gli uccelli)

  • …Non farà molto di più per te donna di poca fede?” (v.30 riguardo il vestiario)

Certo spiegare queste domande, che richiederebbero risposte altrettanto sintetiche e incisive, sembra disquisire su faccende filosofiche su cui Gesù stesso sembra non volersi soffermare troppo: la vita, il corpo e i valori veri. Egli aveva un’abilità sovra-umana di arrivare al cuore delle cose senza girarci troppo intorno e noi possiamo cogliere la sua brevità essenziale che ci spalanca gli occhi del cuore.

Rincorrerò brevemente il suo pensiero. Gesù mi spiega che la mia vita e il mio corpo trascendono l’esistenza terrena (v.25), che Dio mi dà un valore speciale all’interno del creato, mi eleva dal circolo naturale delle cose (v.30).

Isaia aveva espresso una lato della stessa verità “L’erba si secca e il fiore cade, ma la parola di Dio rimane” (40:6-8) vista da questo lato della medaglia non siamo altro che erba. Sono contesti differenti, nei versi presi in esame Gesù mi dà valore, il valore spirituale che non hanno i fiori. Gesù vede quel potenziale dentro di me, quel potenziale che ai suoi occhi mi rende oggetto di una cura speciale. Gesù mi rivela che Dio non è snob, estraneo alla comprensione della mia umanità, ma è il Padre celeste” che conosce i miei bisogni primari ed è Lui stesso la fonte del mio sostentamento (v.32).

Gesù mi chiama a guardare in alto, affinché Dio possa guardare in basso, a interessarmi delle sue cose perché Lui s’interessi delle mie (v.33), sembra consequenziale. Infine toglie definitivamente ogni peso dalle mie spalle perché è “il domani che si preoccuperà di se stesso” (v.34).

Sono letture come queste, fatte in semplicità, lasciando che la Scrittura ti parli e “ti legga” che fanno nascere un canto di gratitudine. Dalla mia memoria di bambina un vecchio inno risuona nella mia mente:

Ei prenderà cura di te, ei prenderà cura di te,

in Lui riposa, abbi in Lui fe’…

Egli avrà cura ognor di te!”

Fonti

  • La Sacra Bibbiacon Note e Commenti di John MacArthur: Nuova Riveduta, Società Biblica di Ginevra, Romanel-Sur-Lausanne, Svizzera, 2006.

  • Autori vari, Inni e Cantici Cristiani, U.C.E.B. Unione Cristiana Edizioni Bibliche, Roma, 1972.

 

per chi vuole sentire qualcosa di più autorevole sullo stesso testo biblico:

http://www.chiesalogos.com/dettaglioserie2.php?id_sermone=281&v=2

 

Non sono stata dimenticata

Ieri sera grande concerto di Israel Houghton a Milano.
È stato bello lodare il Signore e rincontrare gli One Voice, il coro di Lucrezia Balatri di cui ho fatto parte a Firenze, e scoprire poi che gli spettatori del concerto non erano altro che un grande insieme di cori gospel!!
“You are good” e altri cori di successo hanno preso vita dalle labbra di questo grande artista, mentre tutti entusiasti ci univamo a lui nella lode. “Jesus at the center” e “I am not forgotten” sono stati i pezzi nuovi che mi hanno colpito di più, parole semplici, ma di grande effetto.

Questo periodo di cambiamento, il trasferimento al nord Italia, l’attesa di nostro figlio Jacopo, e il non aver ancora il nostro nido, ha portato con sé una serie di problematiche, grandi medie e piccole, per tutti i gusti 😉
Se i problemi sono l’unica cosa certa nella vita, c’è una certezza più determinante nella vita del credente, quella che spazza via il timore: Dio non mi/ci dimentica! Arriverà puntuale a incontrare i miei/nostri bisogni.
Se anche tu hai bisogno di un promemoria guarda il video con le parole :

Tornai a Dio…non alla Chiesa

Romani 14:12  Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. 13 Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non esser causa di inciampo o di scandalo (…) Ed. CEI

Oggi molti di noi guardano con sospetto le istituzioni, perché delusi o stanchi di quella che chiamiamo ipocrisia (secondo il nostro giudizio). Così anche la chiesa ufficiale, o le realtà locali che ne sarebbero il riflesso, sono etichettate come contenitore di finti perbenisti, personaggi omologati dalla morale arrugginita.

In realtà di fronte alla domanda “che ruolo ha Dio nella mia vita?” spesso ci nascondiamo dietro questi pregiudizi trascurando il fatto che l’istituzione chiesa non sempre rispecchia gli ideali che Dio aveva per essa. Dio è Dio e noi lo rappresentiamo male, nonostante gli sforzi.

Voglio raccontarti la mia esperienza riguardo a questo tema. Il mio cammino di fede in rapporto alla chiesa locale ha avuto alti e bassi. Mio padre era un anziano di chiesa (un responsabile, figura paragonabile a quella del parroco, spesso nella realtà evangelica italiana oltre al servizio ecclesiale ha anche un lavoro secolare per il proprio sostentamento) e alla fine era il “tutto fare”, tra il lavoro e il servizio era un po’ assente in famiglia. La chiesa e Dio venivano sempre al primo posto. So che aveva buone intenzioni, non gliene faccio più una colpa, ma questo mi ha lasciato un vuoto.

Da bambina però ho avuto una bella esperienza con la scuola domenicale (catechismo). C’era un programma speciale chiamato il Club dei Ragazzi, eravamo divisi in 2 squadre, mi ricordo che avevamo coinvolto tanti bambini del quartiere, il programma del sabato pomeriggio era un mix fra giochi e insegnamento cristiano: ascoltavamo il tema (catechesi), cantavamo le canzoncine, e facevamo diversi giochi, vincevamo delle stelline di bronzo, d’argento e d’oro a seconda del punteggio accumulato dalla squadra e alla fine della stagione la squadra con più medaglie vinceva una coppa. In questo periodo eravamo una chiesa unita e familiare e questo progetto dei bambini, dato il numero elevato di noi altri, coinvolgeva tante persone della chiesa. Ricordo tra gli animatori in tuta verde mia sorella, mia cugina, il papà della mia amica d’infanzia, tra gli altri, tutti uniti e sorridenti, chi suonava e chi ci animava coi gesti: “Chi è il re della giungla? chi è il re del mar? Chi è il Re dell’universo, della giungla e del mar? Io dico G-E-S-U’, Gesù! Egli è il mio Re…”

Purtroppo all’età di otto anni l’idillio finì. Qualcuno si comportò male e qualcun altro reagì male, e nel cuore di bambina si affacciavano domande serie: “Così si comportano i cristiani? Dov’è l’amore che predicano?” E’ facile ergersi a giudici, a qualunque età e non essere sinceri verso la propria natura umana.

Dopo un po’ le cose in comunità si erano stabilizzate ed era ritornata la pace, a questo punto il terremoto arrivò in famiglia, discussioni su decisioni prese da alcuni familiari portarono scompiglio e amarezze. Spesso ci aspettiamo “la luna” da persone che alla fine sono solo umane, non dobbiamo credere e sperare che i cristiani siano perfetti, siamo tutti in cammino.

Quando avevo 13 anni ci trasferimmo in provincia di Salerno. L’adolescenza corrispondeva con questo grande cambiamento d’ambiente, e non fu facile il rapporto con la nuova chiesa nascente. Da pioniere mio padre costruì da zero la nuova comunità locale, con l’aiuto di chiese dei paesi circostanti. Non avevo molti amici cristiani (praticanti), frequentavo il gruppo giovanile di una comunità lontana, andavo raramente perché non mi sentivo parte del gruppo non vivendo la chiesa con loro, ero abbastanza timida a mio modo e non legai con nessuno. Per questo motivo mi aprii ad amicizie sbagliate, e durante le superiori cominciai a vivere una vita doppia tra la chiesa e la società, facendo molte cose di cui oggi mi pento, sempre giudicando, e nascondendomi dietro l’ipocrisia dei cristiani che non erano presenti come avrei voluto nella mia vita. Da piccoli siamo alla ricerca di modelli che non sempre le persone che ci sono accanto sono in grado di offrirci, ma si va avanti e con un po’ di reattività si può crescere lo stesso.

Dopo la morte di mio padre la mia delusione verso la chiesa crebbe quasi irrimediabilmente, perché assistevo ad episodi di incoerenza e doppiezza, che a volte hano sfiorato la cattiveria. Quanto può distorcersi la nostra visione quando focalizziamo solo il male. Paradossalmente però le domande sul Dio che mio padre aveva fedelmente servito si facevano sempre più forti, così a 17 anni mi trovai spalle al muro, sentivo che la domanda “Dio nella mia vita?” era una questione sempre più pesante ed era un problema urgente da risolvere. Una parte di me aveva sete di verità, ma lottava con la delusione. Avere un forte senso della giustizia può essere una virtù, ma può diventare uno strumento di autodistruzione. Fu così che tramite diverse circostanze mi trovai a pensare che Dio non meritava la figura che noi umani gli facciamo fare, che se io e te sbagliamo nei confronti degli altri è solo una nostra responsabilità anche se Dio se ne dispiace. Sentii più volte una frase che ricorre spesso nell’ambiente evangelico: “Dio è un gentiluomo, non forza la volontà di nessuno” e infine dovetti ammettere la Sua bontà mentre si prendeva Lui personalmente cura di me durante il mio lutto.

Così tornai a Dio, ma non alla chiesa…non mi fidavo di nessuno, e ho vissuto la mia fede in maniera quasi solitaria per circa tre anni. Anche se frequentavo questo o quel gruppo cristiano cercavo di non diventarne membro, ero traumatizzata dalla mia esperienza della chiesa.

Dal periodo universitario fino ad ora vedo come il Signore abbia lavorato in me, piano piano per ridarmi amore e fiducia verso le persone. Ho capito che se non ti aspetti troppo non rimani deluso, ridimensionarti aiuta a ridimensionare anche gli altri, la perfezione va ricercata solo in Dio. Guardare prima di tutto la propria vita ed essere misericordiosi verso gli sbagli altrui è importante, un giorno anche io potrei sbagliare (ad essere onesti l’ho fatto).

Alla fine ho frequentato diversi anni una chiesa a cui mi sono affezionata, non che non avesse difetti, qualcuno ha detto: “la chiesa perfetta non esiste finchè io ne faccio parte”. Ora me ne devo distaccare per motivi di trasferimento. 

Imparo ogni giorno che oltre ad essere delusi anche noi deludiamo e abbiamo bisogno di essere perdonati.

Certo ci sono sbagli eclatanti che la chiesa compie, li sentiamo spesso al telegiornale, ma Cristo ci invita ad iniziare un discorso privato con Lui. In modo quasi contraddittorio è proprio il nostro essere umani e fallibili che ci porta nella condizione di avere bisogno di Lui. Possiamo smettere di nasconderci dietro la cattiveria che vediamo intorno, mettere gli occhiali dell’onestà per guardare dentro noi stessi e ascoltare la nostra anima che cerca giustizia, non troverai giustizia intorno se prima non  fai pace con Dio.

Chiedigli con sincerità di mettersi in contatto con te, alza le antenne, la sua voce risuona intorno a te, devi solo sintonizzarti!

Mi presento!

Ciao sono Katia,

negli anni mi sono avvicinata ad una fede sempre più profonda in Gesù, dopo un primo contatto, leggendo dell’esistenza storica (dai Vangeli e poi da storici del I secolo d.C. come Felice, Tacito ecc..) in seguito si è rivelata a me la DIROMPENTE REALTA’ che ha cambiato la mia vita: Gesù non poteva essere solamente una persona, ma Dio stesso. Questa realtà mi trasforma ogni giorno mentre con l’aiuto dello Spirito di Dio (cfr. Giovanni 14) cerco di vivere una fede pratica. Vivere quello che si dice è la sfida quotidiana di ogni credente che prende la forza direttamente da Dio in comunione con Lui, ed è riflesso della Sua Luce e del Suo Amore nel mondo.

Subscribe to RSS Feed Follow me on Twitter!